Santuario Madonna della Salute di Dossobuono

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La venerata statua della Madonna della Salute e l'Altare maggiore

 

 statua 836      altare 847

 

Le origini secondo i documenti.
Nell’estate del 1740, il signor Luigi Borella, di professione orefice, passeggiando nel chiostro della chiesa di S. Eufemia, notò una statua della
Madonna distesa per terra
Era finita là, dopo esser stata tolta da una nicchia presso la porta maggiore della chiesa, a causa di alcuni lavori che si stavano effettuando. Il Borella si interessò per sapere a chi appartenesse tale statua e, saputo che era di proprietà di una Compagnia detta della Madonna d’oro, si rivolse al massaro chiedendo di poterla avere: in compenso offrì mezzo ducato. Aveva intenzione infatti di
portare la statua in un suo podere, dove fece costruire un capitello isolato in un angolo della sua possessione. Ottenuta la statua, la fece pulire e la collocò nel capitello, per il quale chiese al vescovo il permesso che venisse benedetto. Fu così che la prima domenica di ottobre del 1740, festa del S. Rosario, don Dalla Torre, sacerdote vicario del parroco di Dossobuono, si recò in processione
con la comunità di Dossobuono a quel capitello e vi impartì la solenne benedizione. Come si può vedere all’origine di tutto vi fu un atto di devozione da parte di un cittadino che fece edificare un capitello: fatto questo abbastanza comune nel passato, come testimoniano ancor oggi i capitelli sparsi per le campagne. I fatti che suscitarono interesse accaddero invece all’inizio dell’anno
seguente, cioè nel gennaio del 1741. Il signor Borella diede inizio ai lavori per costruire una stalla e altri fabbricati rustici necessari alla conduzione del podere, incaricando Tommaso Zoccatelli di Dossobuono di cavare lì vicino della ghiaia. Costui si mise al lavoro e iniziò lo scavo alla distanza di circa 120 metri dal capitello. Quando giunse però a una profondità di tre metri, si trovò in
presenza di una vena d’acqua, piuttosto modesta se la mattina seguente se ne poteva raccoglier due secchi in circa. Lo Zoccatelli vide subito nell’accaduto qualcosa di strano e ne attribuì la causa alla presenza del capitello, confortato in questa sua convinzione dal fatto che il pozzo che serviva per la vicina casa aveva una profondità di circa 24 metri. Come ben si può immaginare, la notizia in breve si sparse tra la gente di Dossobuono e la presenza di quella poca acqua fu subito attribuita ad un prodigio di Maria Vergine. Con tale convinzione, due abitanti di Dossobuono, Bernardo Gelmini e Simone Battistoni, tutti due febbricitanti con devozione e ferma fede, furono separatamente uno alla volta a bere di quell’acqua e dissero haver havuta gracia di guarire. Il Borella provvide di persona alla custodia del capitello e delle offerte per mezzo di un eremita, suscitando così il risentimento dei sacerdoti della parrocchia e dell’autorità religiosa. I sacerdoti di Dossobuono, infatti, mantennero sempre un atteggiamento di diffidenza nei confronti della devozione e dei fatti straordinari che si diceva accadessero al capitello. Ciò che maggiormente appare preoccupare il sacerdote, fu il tentativo, fatto fin dagli inizi, di trasformare il capitello in chiesa. Si legge infatti che il proprietario aveva fatto rinchiudere il capitello con delle assi, a guisa d’un oratorio, con il pretesto di tenere al sicuro le offerte: ne era quindi risultato un locale capace di cento e più persone, coperto e serato. Altrove invece don Dalla Torre afferma che il Borella
aveva fatto delle costruzioni accanto al capitello, tra quali ve n’è una che si dice fatta per chiesa...con pretesa di indipendenza da Parochialità. Fu a questo punto che comparve la leggenda dei buoi e del trasporto miracoloso dell’immagine, in una versione contraria a quella recepita poi dalla tradizione popolare. Si legge infatti che, prima del Natale 1741, furono esposte al capitello, appese una per parte, due tavolette dipinte rappresentanti dei miracoli. Orbene in una di queste tavolette, era rappresentata la chiesa di S. Lucia extra et un carrettone con entro l’Imagine della
B.V. , tirato da un paro bovi, apparenti appoggiar i piedi sopra la porta della sudetta Chiesa, guidati da una persona.

A chi ne chiedeva spiegazioni, il romito, a ciò istruito, rispondeva che quando l’immagine fu trasportata da Verona, i buoi, giunti davanti alla chiesa di S. Lucia, con portentoso prodigio volessero entrar in detta chiesa. Questo falso prodigio fu diffuso ad arte dal Borella per dar a tutti ad intendere che detto Capitello sii sotto il distretto di S. Lucia e non di Dossobuono. Nel 1741 tuttavia il vescovo aveva stabilito con suo decreto che il territorio su cui sorgeva il capitello fosse sotto la giurisdizione della parrocchia di Dossobuono. L’iniziativa di trasformare il capitello in chiesa forse trovò il consenso della popolazione del luogo, perché non era la prima volta che l’idea di costruirsi una nuova chiesa veniva manifestata dagli abitanti di Dossobuono

Diffusione del culto
La fama della sacra immagine si estese alle zone immediatamente vicine e di qui, come i cerchi in uno stagno, sempre più lontano fino a uscire dalla provincia di Verona. Già nel maggio del 1741, a neppur un anno dalla edificazione del capitello, il curato di Dossobuono scrive che tanto è andato cresendo il fervor e la devozione a quell’Immagine massime in queste SS. Feste di Pasqua, e come tutt’ora continua, che molti di vivo cuore si li raccomandano e ricevono gratie particolari; tra quali
si numerano le seguenti; cioè Luigi f(iglio) d(i) Lorenzo Ludrin di Verona in pescaria ebbe gratia essendo cieco. Dominico f(iglio) d(i) Francesco Maran di Sommacampagna, ebbe gratia essendo strupio. Giacomo f(iglio) d(i) Gieronico Borghel di S. Michel ebbe gratia essendo cieco. Domenico Tofali di Malavisina Mantovana ebbe gratia essendo ossessa. Lucia f(iglia) d(i) Cattarina coramina ebbe gratia essendo storpia. Un putin del Lachè di casa Montanara ebbe gratia perché
era quasi morto per non poter latar e latò alla presenza di M(aria) V(ergine). Una f(iglia) di Stefano Bajeta di S. Michel ebbe gratia essendo cieca. La provenienza dei graziati, da Verona, Sommacampagna, S. Michele, Malavicina di Mantova, Valeggio, testimonia quanto largamente si era propagata la devozione e documenta come anche la società contadina conoscesse efficaci mezzi di diffusione delle notizie: il racconto dei fatti straordinari raggiungeva, anche se con velocità diversa dall’attuale, le contrade più lontane portando un soffio di speranza soprattutto negli animi di quanti
soffrivano per la malattia incurabile o erano stati colpiti da evento triste. Il diffondersi di tali notizie per i paesi vicini fece sì che un numero crescente di persone si recasse a visitare il capitello e la cava con l’acqua ritenuta miracolosa, spinte sia dalla curiosità che dalla speranza di trovare rimedio e sollievo a tanti guai e infermità. L’afflusso di gente continuava a crescere tanto che si potevano contare dalle cento alle centocinquanta persone al giorno durante la settimana, mentre nel giorno di S. Marco prossimo passato e nelle feste susseguenti vi sono state più di cinque o sei mille persone e molte di queste hanno ricevuto gratie di guarire da infermità. Questo spiega perché L’Immagine che si venerava a Madonna di Dossobuono venne subito invocata dal popolo come “Madonna della Salute”. La faccenda ormai aveva assunto proporzioni tali che anche le pubbliche autorità dovettero intervenire. E infatti il Consiglio del Comune di Verona, nella seduta del 30 aprile 1741, approvò
all’unanimità l’elezione di due prestanti Cittadini con nome di Protettori, quali abbino in tanto a presieder colla custodia del Capitello della miracolosa Immagine della B(eata) V(ergine) M(aria).
Il culto all’immagine della Madonna custodita nel capitello continuò a diffondersi, come testimoniano alcuni altri documenti che ora vedremo. Il primo è un’annotazione nel verbale della visita pastorale del vescovo Giovanni Bragadino alla parrocchia di Dossobuono. Si legge infatti che, terminata la visita ella chiesa parrocchiale, il 2 ottobre 1747, il vescovo salì in carrozza per tornare a Verona e lungo il tragitto visitò un certo edificio non consacrato, presso la pubblica strada, eretto entro i
confini di Dossobuono, nel quale vi è un’immagine della Beata Vergine Maria di legno scolpito (sic!). Questo edifico è adiacente alle case che sono sotto la giurisdizione della parrocchia di Dossobuono come da decreto della Curia del 6 ottobre 1741. Poi riprese il suo viaggio e ritornò al suo palazzo vescovile.

Un’altra testimonianza della fama di cui godeva il capitello ci è offerta da due carte topografiche: la prima, del 1747, è la Carta del Territorio di Verona di don Gregorio Piccoli da Erbezzo; l’altra è un disegno di Adriano Cristofali, datato 1750

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